Supreme contro Supreme Italia. Ecco cosa sta succedendo

di Maria Lucia Panucci

Tutti conoscerete Supreme, il noto marchio streetwear americano, da un miliardo di dollari. Quello, per intenderci, con il logo rosso e la scritta bianca in bella vista, tanto pubblicizzato da Fedez e Chiara Ferragni. Forse non sapete però dello scontro con la Supreme Italia, che ha letteralmente copiato il colosso americano, tentando anche di realizzare una partnership con Samsung, facendo credere di essere l’originale.

chiara ferragni e fedez con borse supreme

Sul caso ha parlato per la prima volta il fondatore di Supreme, James Jebbia, che in un’intervista rilasciata a Business of Fashion ha detto: “Non credo che ci sia un altro marchio che abbia dovuto affrontare qualcosa di simile”. Eh sì perché i capi del brand italiano, fondato a Barletta e controllato dall’International Brand Firm (Ibf), società con sede a Londra, erano riusciti a convincere il gruppo coreano della Samsung che stavano trattando con i veri rappresentanti del brand. La collaborazione, che avrebbe portato al debutto di Supreme sul mercato cinese, era stata annunciata a dicembre scorso. Si parlava di un’apertura di un negozio Supreme a Pechino e di una sfilata da organizzare a Shanghai. Poi però è sfumato l’accordo perché i coreani hanno scoperto che non avevano a che fare con il colosso originario statunitense. Per Jebbia non è ammissibile la circolazione dei falsi legali, cioè di copie realizzate da produttori che hanno registrato il marchio in quei Paesi dove il titolare del brand originario non lo aveva ancora fatto. “L’idea dei legal fake è una completa farsa – ha spiegato. – Sarebbe triste se le nuove generazioni pensassero che è un fenomeno legittimo. Non siamo soliti esporci con la stampa, siamo piuttosto riservati e si sta approfittando del nostro atteggiamento. Non abbiamo avuto il tempo di reagire a questa immensa disinformazione”. Attualmente infatti Supreme è registrato dai newyorchesi in alcuni Paesi europei, in parte dell’Asia e Stati Uniti, mentre Ibf in una cinquantina di Stati tra cui Spagna, Portogallo e Israele. Secondo quanto riferito dal legale di Supreme, Darci J. Bailey, che si sta occupando delle strategie anticontraffazione, Ibf si è offerta di vendere i marchi registrati ma il noto brand americano si è rifiutato, non vedendo nella transazione il modo di risolvere la questione. Anzi, Bailey si è detto fiducioso che con l’Euipo-European Union Itellectual Property Office si arrivi alla registrazione europea del marchio Supreme, rifiutata già nel maggio 2018.

Una villa completamente ricoperta con delle grafiche del brand Supreme

Supreme Italia da Barletta, un legal fake

Due “geni” di Barletta, visto che il marchio Supreme ancora non era stato registrato in Italia, ne hanno approfittato e lo hanno fatto loro, con il nome di Supreme Italia. Il problema? Il font è praticamente uguale a quello originale. Dato che è stato fatto tutto a regola d’arte non ci sono limiti o divieti alla vendita (per ora) della merce ai commercianti. La cosa grave non è la disinformazione dei clienti quanto piuttosto quella dei negozianti che dovrebbero sapere se i capi sono originali, anche perché poi li spacciano per tali. Le persone vanno in negozio e si fidano di quello che viene loro detto, anche perché sull’etichetta compare la scritta “originale”. E diciamolo pure, non sono capi regalati…In gergo si parla di legal fake: è legale vendere i capi con il marchio Supreme Italia ma è merce contraffatta perché copiata dal colosso americano.

La lotta alla contraffazione

Quello di Supreme Italia non è un caso isolato. A metà marzo 700 mila pezzi contraffatti a marchio Supreme e Thrasher sono stati sequestrati per un valore di circa 10 milioni di euro. L’operazione, dal nome Golden Brand è stata messa in atto dai militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Ancona in diverse regioni tra cui Marche, Emilia-Romagna, Puglia, Campania, Sicilia, Lazio, Toscana, Lombardia, Trentino-Alto Adige e Veneto.

fedez armadio con supreme
Fedez in posa davanti al suo armadio, tutto è marchiato Supreme

La storia di un successo da un miliardo di dollari

Supreme esiste dal 1994 e all’inizio c’era un solo negozio a Lafayette Street, a Manhattan. Questo store apparve fin da subito diverso dagli altri. Era una via di mezzo tra un negozio e una galleria d’arte e al centro del locale c’era un grande spazio in cui si poteva andare sullo skateboard. L’atipicità del negozio ricevette da subito molte attenzioni da parte degli skaters newyorchesi, già corteggiati da marchi come Nike e Adidas per indossare le loro sneaker, felpe, t-shirt e giacconi sportivi e venderli così a milioni di giovani statunitensi.  Supreme fu da subito molto riconoscibile: il suo logo, rosso con la scritta bianca, si basava esplicitamente sulle opere dell’artista americana Barbara Kruger. La sua popolarità, che negli anni l’ha fatto diventare il marchio di streetwear più importante, si deve ad una strategia di marketing capillare, basata principalmente sui social network, in particolare Instagram. Nonostante il successo, Supreme è ancora oggi un’azienda più piccola di molte sue concorrenti. I suoi prodotti sono venduti soltanto online e in 11 negozi ufficiali. Ha collaborato con alcune delle più importanti aziende di moda, come Louis Vuitton, Nike, Levi’s, Timberland. Ma a contribuire al suo successo sono state anche le campagne promozionali che coinvolgono spesso personaggi famosissimi della cultura pop, da Michael Jordan a Lady Gaga. In Italia il brand è diventato famoso grazie alla pubblicità che gli fanno Fedez e Chiara Ferragni su Instagram.

Poppy Delevingne con felpa Supreme

La replica di Supreme Italia

Poco dopo la pubblicazione del nostro articolo, ci è arrivato un comunicato da parte di IBF, che detiene la titolarità di Supreme Italia, per replicare alle affermazioni del fondatore di Supreme, James Jebbia. Ecco il comunicato:

Premesso che IBF società detiene la titolarità di diversi brand depositati in numerosi territori nazionali di tutto il mondo, tra cui Supreme Italia e Supreme Spain, Supreme IBF intende rilasciare la seguente dichiarazione:

Commentiamo le dichiarazioni del sig. Jebbia limitandoci a rilevare che l’uso di termini, epiteti o aggettivi espressi in modo gratuito e con finalità decettiva per il pubblico e denigratoria nei confronti della nostra società, saranno portati da subito all’attenzione degli organi competenti ed innanzi le giurisdizioni  penali  dei territori in cui è stato reso visibile qualunque articolo dal contenuto  diffamatorio, calunnioso e lesivo della reputazione di IBF, contenente le dichiarazioni del sig. Jebbia,  anche se parzialmente riportate. IBF non intenderà soprassedere alcuna condotta pregiudizievole per la propria immagine e lesiva di ogni verità, frutto di metodiche divenute ormai tipiche e consolidate da parte di taluni soggetti, ed unicamente finalizzate a rappresentare al pubblico in modo distorto circostanze e fatti del tutto mendaci.

Sentiamo di suggerire a C4 ed al sig. Jebbia, inoltre, di spiegare ed anzi chiarire il fenomeno noto come “reselling” , la particolare affinità di tale fenomeno con i pochi negozi presenti in Usa o altri territori (Giappone e UK) e come, infine,  possano esistere stores che rivendono i prodotto di C4 ad un prezzo spesso decuplicato. L’acquisto di un prodotto di C4 è retail o webretail, o si atteggia più come una vera e propria lotteria?

Risponderemo come già avvenuto in Spagna ed in altri territori, colpo su colpo, attaccando i comportamenti che denigrano la nostra società, con azioni anche mirate verso le persone fisiche protagoniste delle condotte penalmente rilevanti nel definire la IBF una società criminale, con denunce personali e quant’altro legalmente indispensabile per smembrare la macchina di fango che ha come unico scopo quello di veicolare diffamazioni e calunnie nei confronti della nostra società, non mancando di evidenziare che le opinioni, i contrasti, le divergenze e le controversie legali rappresentano e manifestano la diversità di idee, di interpretazioni e di pensiero, mentre le gratuità comunicative che diffamano, calunniano ed ingiuriano costituiscono un’altra forma di comunicazione, che di certo non appare né elegante, né efficiente, né propria di chi intende lodarsi più che rappresentarsi – nella sostanza – come il “guru” della moda.

È inaccettabile la pretesa di raggiungere una tutela mediatica e non solo, ben oltre i limiti, da parte di C4, in territori come la Cina nei quali la stessa non commercializza, né crea, né investe e né crede, a differenza della IBF che rispetta ed ha fiducia nel mercato e nelle istituzioni della Repubblica Popolare Cinese nonché del suo  popolo, ritenendo il territorio cinese tra i mercati  più interessanti, attuali ed avvincenti del globo, anche per l’avvenire. Od anche in Spagna, territorio in cui C4  vende prodotti on line violando la protezione accordata dalle istituzioni spagnole ad un brand legalmente e pienamente tutelato ossia quello di IBF. Forse qualche sedicente “guru” della moda, giunti a questo punto, riterrà di aver acquisito un’onnipotenza universale in ogni sede e territorio, tale per cui la legge potrà valere per gli uni e non per gli altri. E tale per cui il sedicente “guru”, ancora oggi, non identificherebbe come un “fake” o come offesa espressioni come “FUCK eKiN”, coniate dallo stesso.

Residua una verità, evidente ed irrimediabile: i marchi Supreme di IBF vogliono essere e sono, vogliono rappresentare e rappresentano, vogliono realizzare e realizzano, un’altra cosa. IBF non è e non vuol essere C4, né i suoi prodotti, né il suo territorio di riferimento che pare rimanere – anche nei numeri – limitato. E, soprattutto, IBF non vuole essere e non è una corte né un tribunale, ha rispetto delle istituzioni di qualsiasi territorio in cui opera e ne accetta il verdetto, frutto di un’idea di diritto e di commercio legato al diritto.

IBF, già vittoriosa innanzi tribunali e corti italiane (Cassazione) e spagnole (Tribunale di Barcellona), non arretrerà nelle proprie idee, ed anzi alimenterà in tutto il globo la propria influenza commerciale, forte dell’approvazione del mercato, concludendo partnership e jointventure e proseguendo nella difesa di idee e principi, anche di diritto,  innanzi i tribunali e le corti attualmente investite dei giudizi ancora pendenti contro C4.